Il tempo è galantuomo: grazie ad esso e ai danni provocati alla soletta del Naviglio, la città sta scoprendo che si può discutere di futuro.

Il Polo Laico, lo ricordava proprio l’Informatore Vigevanese della scorsa settimana, da venti anni si occupa di questi temi e da lungo tempo lamenta quella che è la povertà maggiore nelle linee amministrative susseguitesi: l’assoluta mancanza di visione strategica sulla città.

Perché discutere di futuro a causa di una “grana” può avere senso, e allora ben vengano mozioni, articoli, discussioni social, ma non ne avrà alcuno se prima non si decidono un metodo e un percorso che coinvolgano, per una volta, l’idea di città che si desidera creare, se per una volta una discussione non sarà finalizzata a ottenere e a gestire nel tempo, un risultato.

Occorrerebbe perciò partire da un progetto globale di città, da valutazioni serie sugli asset a disposizione, su che destinazione dar loro, su come trovare i finanziamenti e su come gestirli.

Occorre salire un gradino sul quale nessuno (o quasi) in città si è mai voluto issare.


Allora decidiamo come e con chi, dove trovare gli esperti senza i quali si parlerebbe di aria fritta o di consenso elettorale, e soprattutto decidiamo perché.
Noi pensiamo che partecipare a questa discussione, dato questo incipit, sia doveroso se si pensa, come il Polo Laico fa da sempre, che questa città abbia potenzialità del tutto o quasi inesplorate a causa del suo provincialismo politico che non è purtroppo solo di chi di politica si occupa ma ben radicato anche fra i cittadini, troppo impegnati a pensare al loro beneficio immediato anziché affrontare la sfida di un investimento su progetti articolati e a medio-lungo termine.

Una città che pur mal collegata resta comunque a minuti da Milano e dal secondo aeroporto d’Italia per arrivi e dispone di un centro storico che se riempito di attenzioni e di contenuti, come avviene in tutti i centri storici europei di livello paragonabile (Francia, Belgio, Toscana, Marche etc. etc.) sarebbe sufficiente ad attrarre un turismo di livello economicamente e culturalmente più alto rispetto a quello attuale, ancora incapace sia di generare una spesa che possa risultare decisiva per la città sia di essere illustrativo per i cittadini di un nuovo modo di vivere.

Un discorso di tal portata non può né deve esaurirsi con la questione Navigli, dovendosi centrare prioritariamente su altri asset ben più strategici quali Castello, Colombarone, Tribunale, ex Macello e con esso l’area mercatale. Deve coinvolgere anche le connessioni, certo, e allora la buttiamo lì, quanti si sono chiesti se non sia il caso di ribaltare un tavolo e proporre di modificare il tracciato di una autostrada inutile quale la Broni-Mortara per farla diventare utile, avvicinandola maggiormente a Vigevano e Malpensa e lasciando stare i campi di riso, a loro volta da interpretare come un settore di investimento?

Questo deve essere il senso del ragionamento suggerito da una crisi: ripensare noi stessi e sulla base di quanto vogliamo essere, fare.

Così ragionando, la recente boutade elettorale di Ciocca sul Macello, acquisirebbe un senso se letta e gestita come dovuto e cioè come un rappresentante del territorio che dal primo giorno di insediamento presso il Parlamento Europeo avrebbe dovuto essere utilizzato per favorire l’incontro fra una progettualità alta e fondi europei.

Vigevano non ha mai progettato nulla e di conseguenza non ha mai o quasi cercato e trovato finanziamenti strutturali. Perché purtroppo per noi, funziona così: prima si fanno i progetti, poi si cercano soldi. È così da sempre, solo noi non lo abbiamo ancora compreso: “non ci sono soldi!”. No, la situazione è ben più drammatica, “non ci sono idee” e questa sarà la fine della città perché allontanerà chi le idee le avrà e le svilupperà su terreni più fertili, via da qui: i nostri giovani.

Gli esempi di Matera e Mantova, e di tante altre località italiane meno attrattive ma più sveglie sono lì solo da cogliere. Per farlo occorre però ascoltare chi ci è riuscito, capire come ha fatto e quindi programmare.

Occorrono tenacia, capacità e l’intelligenza per capire che non è con i temi elettorali che si costruiscono le città. Lo si fa lavorando assieme, sul territorio e con il territorio, lo si fa, per noi è ormai un mantra, alzando le asticelle anziché abbassandole, perché mirando in basso prima o poi occorre cominciare a scavare e a noi non manca poi molto, come la questione Navigli, puntuale, sta lì a dimostrare.

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